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PIWI

28 novembre 2016

La parola Piwi sta per l'acronimo tedesco Pilzwiderstandfähig.
Vitigni con elevata resistenza alle malattie che colpiscono la nostra comune amica Vitis Vinifera.
Si tratta del risultato di una serie di incroci (più precisamente ibridazioni interspecifiche) che hanno portato con studi e lavori cominciati negli anni '50 ad avere oggi 8 varietà riconosciute sul territorio italiano, che sono geneticamente più del 99% appartenenti alla specie Vinifera. Per precisione è d'obbligo sottolineare che non si tratta di OGM, in quanto l'ibridazione viene condotta direttamente tramite impollinazione controllata (potremmo definirla come una sorta di fecondazione assistita).
Nella bella ed interessante serata organizzata da Fisar Milano giovedì 10 presso la sede dell'Hotel Andreola, abbiamo avuto l'opportunità di conoscere alcuni dei produttori che hanno cominciato da tempo a sperimentare la coltivazione di questi vitigni, principalmente in Trentino Alto Adige, ed assaggiare alcuni dei vini prodotti coi Piwi. Dal punto di vista della gestione viticola, la coltivazione dei Piwi abbassa sensibilmente i costi per i trattamenti, ha effetti benefici sul suolo e sul clima (quasi 0 trattamenti = quasi zero impatto di anticrittogamici), e permette inoltre di spostare la viticoltura anche su terreni poco adatti (se non pericolosi) al passaggio dei trattori. Dal punto di vista gustativo, le varietà assaggiate (tutte ottenute nei centri di ricerca delle università tedesche) ci sono parse molto interessanti, e stimolante la degustazione trattandosi di vitigni pressochè sconosciuti ai più. Da sottolineare particolarmente uno charmat base uve Bronner, vitigno di grande acidità e sapidità, con un profilo aromatico piuttosto neutro che esalta le note della rifermentazione, ed almeno due ottimi Souvignier Gris, varietà dal profilo aromatico molto ampio, con note che spaziano dai floreali agli agrumi. Quali sono allora i limiti attuali dei Piwi e che ne limitano attualmente una grande diffusione? A mio modesto parere le scarse tipologie disponibili, solo 8 e tutte di origine tedesca, con un rischio quindi “internazionalizzazione” in un contesto viticolo come quello italiano che ha oramai la prua diretta decisamente verso l'”autoctono”. Inoltre, come ha sottolineato Silvano Clementi, tecnico della Fondazione Edmund Mach di San Michele All'Adige e vignaiolo della sua Filanda de Boron, le resistenze vanno continuamente monitorate, e quindi una grande diffusione dei Piwi dovrà essere per forza sostenuta da un grande impegno di ricerca.

Guido Beltrami